Sinfonia numero mezzanotte
Pubblicato da lalaureanda in Letteratura Usata il gennaio 26, 2012
Quello che mi fa più paura, di questi anni giovani che volano via come fogli di carta strappati regalati al vento d’inverno, non sono le borse sotto agli occhi, il fisico imperfetto e tendente a mostrare generose morbidosità da ogni angolo di visuale, un timido capello bianco strappato alla luce da una pinzetta maldestra e anche un po’ complice, no, niente di tutto ciò. Non è nulla che possa riguardare il mio corpo e il suo naturale processo di invecchiamento, da me anche un po’ assecondato – a dirla tutta – grazie alla mia naturale predisposizione a simpatizzare con cugina Pigrizia, l’alleata perfetta e anche un po’ maligna.
Quello che mi manca della prima giovinezza sono le Parole. Quelle Parole.
Parole lette, viste, parole metabolizzate in parole da sposare con altre parole che poi fuggivano e tornavano accoppiate con altre parole ancora, le meretrici. Io le mangiavo, le ammiravo, le sentivo ovunque e dovunque c’erano parole disposte a rincorrermi per farmi perdere la testa su un foglio bianco da riempire rigorosamente con una biro nera.
Le prendevo e le legavo al foglio, le guardavo fino a farmi lacrimare gli occhi e le ricordavo tutte le volte che mi sono trovata affacciata al mare con la testa stanca e impazzita di rabbia codarda, le tiravo fuori dalla tasca perché mi facessero ancora più male fino a stendermi sul letto ubriaca di frasi non finite e sentimenti urlati troppe volte con troppe parole maldestre e inopportune nei miei riguardi.
Le usavo, le vivevo, le stroncavo e le uccidevo.
Io ero la padrona e loro le mie allieve impertinenti che si credevano vissute. Non conoscevo la paura dell’errore né la riverenza per la razionalità, non distinguevo le ore e i risvegli, le luci e i divieti, i sensi dai sassi. Toccavo la strada con le dita, e si tingevano di arancione.
Questa notte ascolto musica classica immaginandomi parole per poi poterle sognare la notte e buttarle via dentro al cestino o afferrarle all’alba con indosso una vestaglia blu e tanto sonno.
Giocare insieme, ancora per un po’,e non rimettere mai a posto la stanza anche dopo che ve ne siete andate perché la cena è pronta e le altre parole sono già apparecchiate.
Tante belle cose e tante cose belle – Settimana dal 9 al 15 Gennaio 2012
Pubblicato da lalaureanda in Discipline delle arti, della musica e del cazzeggio il gennaio 15, 2012
Quando una cerca disperatamente di procacciarsi la benedetta pagnotta (anche ammuffita, che siamo giovani e ci va bene tutto, vero Signore Aziende?) scrivendo per siti web con contratti a progetto ma anche no che sembrano usciti dal Regno di Fuffolandia, schiaffando un’ora di studio qua e là per non farsi mancare nulla finisce che, al termine della giornata, di scrivere non ne ha testa. Non sempre, almeno per me.
Non la tiro per le lunghe, ma stasera di scrivere non ne ho voglia. Anzi, ultimamente proprio non mi va. Non ho niente di interessante da raccontare, non mi va di disquisire riguardo le mie avventure/disavventure perché non mi diverte farlo e quindi ho deciso che d’ora in avanti la domenica sarà consacrata al verbo dell’immagine e delle parole altrui. In sostanza: alle cose belle che ho visto, sentito, guardato ed ammirato questa settimana. Un calderone di revival iconografico, cinematografico, letterario e musicale che deve essere messo da qualche parte e trasmesso a chicchessia. Pronti, via.
Musica - Blur
Ora, questo non è nemmeno il loro brano più famoso. Ma guardateli, come sono (erano) belli e così irresistibilmente British, questi (allora) giovani Blur. Inglesacci (cit.) laburisti, jeans e polo i vestiti d’ordinanza, negli anni ’90 hanno irrimediabilmente segnato le mie notti con le loro canzoni allegre e spavalde. E sì, lo ammetto, anche il faccino tutto occhioni e sorrisetti di Damon Albarn mi ha reso la vita difficile. Non aggiungo altre parole per evitare la deriva ormonale tipica dell’adolescenza, ma *awwwww* (non è espressione di tenerezza, in questo caso, no). Poi mettiamoci pure che amo l’Inghilterra e la loro cultura, sono una fan sfegatata di Oliver Cromwell (sì, lo so, è un po’ creepy come faccenda, ma la Storia si impara ad amare anche attraverso questi sciocchi espedienti) e della Regina Elisabetta I, per non parlare di Shakespeare, del Doctor Who, della Common Law e dell’accento londinese, che mi fa trasalire sempre ogni volta che metto piede nella Terra d’Albione. Uomini inglesi, il cockney vi salva sempre in corner, sappiatelo (ma non se siete Damon Albarn, anche senza denti: in questo caso ogni idioma, anche incomprensibile, va più che bene). Ora sono in pieno revival e ho ricominciato, molti anni dopo, a sognare di notte il bel cantante: in pratica, sto regredendo.
Film – Melancholia, di Lars Von Trier
Melancholia mi è piaciuto. Tante sono le opinioni contrastanti, non solo su questo film, ma sul cinema di Lars Von Trier nel suo complesso. Al termine della visione mi son abbandonata ad un sonno fatto di colori e di pensieri, tanti, confusi. La mattina seguente mi son alzata e ho continuato a pensarci, e lo sto facendo tutt’ora, in un continuo rincorrersi di immagini e parole che non riesco a far confluire in una degna critica o opinione che sia su quanto visionato. Sarò un po’ tocca, o forse è solo Von Trier che ci prende per i fondelli. Mi sento in ogni caso di consigliarne la visione. Al massimo poi mi insultate nei commenti. (Sorriso angelico).
Serie televisive – How I Met Your Mother
How I Met Your Mother non è certamente una serie nuovissima, la conoscono quasi tutti, però mi sento sempre di consigliarla agli orfani di Friends e a chi abbia voglia di trascorrere 20 minuti di risate ininterrotte in compagnia di un umorismo genuino e mai volgare, nonostante la dubbia moralità di alcuni personaggi. Ma è questa la forza del telefilm: alla fine, abbiamo davvero bisogno della ramanzina a fine episodio? Per quello ci sono le serie televisive italiane, quindi rassegnatevi e ridete. Bellissime le prime tre stagioni, ma anche le altre quattro non sono da buttare. In ogni caso, che lo dico a fare: una volta che si inizia a guardarla, non si molla più. Da guardarsi rigorosamente in inglese coi sottotitoli: il doppiaggio italiano, come sempre d’altronde, non rende un decimo rispetto all’originale. True story (cit.).
Per stasera è tutto. Ho fame e devo studiare l’esperanto, non so se mi spiego.
Un anno sta finendo, ed io son sempre qua
Pubblicato da lalaureanda in Antropologia di una Nescia il dicembre 31, 2011
Non ho tempo per fare gli auguri, ché è il 31, sono in pigiama con i capelli sporchi e la sigaretta in bocca (credo anche di dovermi fare una doccia) a cercare di portare a termine una consegna che avrei dovuto inviare ieri. E intanto sto qua a scrivere sul blog, ma son dettagli.
Non ho tempo per Capodanno e non ho tempo per pensare alla cena: mi basta che ci sia il vino e amici con cui condividerlo.
Non ho tempo per stilare liste di buoni propositi: il 1° Gennaio 2012 sarò pigra tanto quanto lo sono oggi e non vedo perché una cifra diversa dall’altra dovrebbe alterare i miei – peraltro discutibili – equilibri vitali quotidiani sempresianolodati.
Non ho tempo per guardarmi indietro, non ho tempo per ragionare sul tempo che sfreccia via, non ho tempo per ragionare su un anno che se ne va e un altro che arriva e non ho il tempo nemmeno di dire chissenefrega di tutto questo.
Gli anni accumulati alle mie spalle assomigliano tutti a delle simpatiche etichette colorate, di quelle che tanto mi piace acquistare in cartoleria: ad ognuna è associato un ricordo particolare, al quale è legato una persona, un fatto, un oggetto, una vacanza, e così via, in un costante effetto domino a fungere da briciole sul sentiero fino ad oggi. (Impigiamata e puzzolente. Ops. Dovevo spezzare lo pseudo momento riflessivo).
Non manca niente nella mia vita, a me piace così. Oh certo, ho ancora tanti progetti dentro la mia confusa testolina da esplorare, da tastare con mano. Sono squattrinata e senza un lavoro. Ma non voglio ridurre il tutto ad una mera constatazione di cose che ho e cose che non ho.
Non sono soddisfatta di me stessa, questo è certo: quest’anno che va concludendosi avrei potuto fare molto di più. Non sto a specificare cosa, perché il tutto si ricollega esclusivamente al mio carattere, al mio modo di vivere la vita e di agire.
Non è un buon proposito, assomiglia assai di più ad un auto-diktat: quest’anno voglio essere migliore. No, non più buona. Per carità. Solo assomigliare un po’ di più a quello che ho sempre pensato di essere, e non a quello che dicevo di non essere.
Intanto la smetto di dire cazzate, così, per iniziare a dare subito il buon esempio.
Auguri, dai. E, per piacere, basta con quei botti inutili.
E fate i bravi. Ah, di recente ho scoperto (meglio tardi che mai) che la Coca Cola è una bomba per alleviare i post sbronza. Correte ad acquistarla, anche solo per questa volta, finché siete in tempo.
Regali di Natale? Don’t worry, battitene u belin. In allegato: idee regalo low cost per gli squattrinati come me
Pubblicato da lalaureanda in Discipline delle arti, della musica e del cazzeggio il dicembre 23, 2011

Natale è alle porte, e io non vedo l’ora che oltrepassi quella soglia per levarsi dalle scatole. No, non sto scherzando: questo è il periodo dell’anno che meno sopporto in assoluto, e giuro che non so come abbia fatto con il tempo a sviluppare un’intolleranza del genere a pacchetti regalo e babbi natale impiccati alle finestre. Credo che la Girolamo Savonarola che è in me semplicemente voglia fare a meno di tutto ciò – luci, stelle, fiocchi, code nei negozi, auguri a pioggia da sconosciuti, rimbecillimento conclamato della popolazione, e via dicendo – per lasciare spazio alla normale e tediosa quotidianità da giornata feriale.
Un merito però al Natale glielo concedo: tra regali, pranzi sontuosi e colori fioccanti in ogni dove, questi giorni lasciano traspirare un po’ di serenità a quelle persone in cerca di un po’ di evasione dalle preoccupazioni di tutti i dì. A meno che non si siano imbarcate nell’impresa di cucinare per 12 persone, quelli sono affari loro. Io continuo a deprimermi ogni giorno sempre più, ma sarà, invece di lamentarmi cercherò la felicità in un pandoro farcito con la Nutella. Ognuno si arrangia come può.
Bando alle ciancie. L’argomento del post odierno ha a che fare sì con la crisi, ma anche con la vostra parolina preferita: regali. Mancano due giorni allo spacchettamento folle di presenti giunti al riparo sotto le gentili fronde del vostro alberello, e scommetto che molti avranno l’ansia a mille per non aver comprato nulla ai propri cari. Ahi ahi ahi. Mi dispiace, ma io di regali di Natale non ne faccio da un po’ quindi non posso empatizzare più di tanto (sono simpatica, su questo non ci piove).
Comunque, non drammatizzate. Se il destinatario del vostro bel pensiero è una personcina informale e dotata di grande senso dell’humor – nonché vostra grande amica o amico, magari lasciate perdere chi è solito alzare sdegnosamente il sopracciglio con regali dai 100 euro in giù – ho qualcosa per voi.
Niente di trascendentale, probabilmente l’avrete già fatto mille volte. Questa volta, però, mi è venuto così bene che ho deciso di postarlo qui, foto dopo foto. L’idea mi è venuta un paio di giorni prima il compleanno di due amiche di vecchia data. Squattrinata e con le idee in picchiata, pensavo e ripensavo a cosa architettare per il giorno dei festeggiamenti. Internet, riviste, foto, passeggiate per i vicoli. Niente.
Una sera, alzo la testa e -zac- la folgorazione. E fu così che mi misi al lavoro, per due pomeriggi e una serata intera…
L’oggetto che banalmente mi ha fornito la spinta giusta per dare vita alla mia idea-regalo è stata una semplice scatola grigia di cartone, di quelle utilizzate per contenere le scarpe. Poi ho cercato tra gli stracci un lenzuolo colorato – rosso in questo caso-, e mi sono armata di forbici, colla, cotone idrofilo e puntine gialle.
Ho foderato l’interno della scatola con del cotone, attaccandolo alle pareti con un po’ di colla stick…
…poi ho ritagliato dal lenzuolo rosso un fazzoletto grande abbastanza da ricoprirne l’interno…
…dopo aver incollato un po’ alla buona il lenzuolo al cotone presente dentro la scatola, ho tolto la stoffa in eccesso e ho fatto aderire il tutto alle pareti ‘morbidose’. Infine, ho aggiunto un tocco di colore inserendo piccole puntine gialle qua e là (ovviamente ci son mille modi diversi per decorare la stoffa, io ho scelto la via più veloce).
E l’interno è bello che pronto.
Ora, dato che sono svampita e faccio sempre le cose al contrario, l’operazione sopra descritta andrebbe svolta subito dopo quella più divertente e creativa, ovvero la decorazione esterna. Per la mia scatola-regalo ho optato di nuovo per qualcosa di veloce: ritagli di una vecchia rivista da incollare a piacimento sulle pareti esterne. Ed è venuto fuori questo:
Onde evitare il distacco prematuro dei ritagli di carta, ho foderato il tutto con della pellicola da cucina, ottima perché aderisce benissimo e regala un tocco industrial al regalo.
Ora viene la parte divertente: con cosa riempire questa benedetta scatola-regalo? Beh, questo naturalmente dipende da Voi e dai gusti della persona cui il pensierino di compleanno o di Natale è destinato. Io mi sono divertita assai a trovare oggetti buffi in giro per la casa – ho anche acquistato qualcosa, a dir la verità – che andassero a genio con la personalità delle mie amiche. Impreziositi poi da personalizzazioni un po’ particolari e bigliettini di cartoncino bianco decorati e scritti di mio pugno. Prima, però, ho ritenuto opportuno dare un po’ di colore al lato interno del coperchio, ideando e scrivendo una poesiola scema e un po’ cattivella per le due ‘sfortunate’ festeggiate.
Tra i tanti oggetti inseriti all’interno della scatola (vedi foto sopra), di cui molti purtroppo ho smarrito le foto, erano presenti un improbabile ovetto del buon pensiero, contenente frasi e affermazioni tutt’altro che di buon gusto; fagotti rossi di cartapesta a pois bianchi (fatti con la candeggina tramite pennellino) ripieni di tisane da una parte e acido citrico dall’altra (una sostanza naturale formidabile per la creazione casalinga di disincrostanti e ammorbidenti); shampoo e balsami profumatissimi e rigorosamente eco-bio; un’adorabile scatoletta piccolissima adatta a contenere un anello di fidanzamento ma che in realtà ospitava solo una caramella e un messaggio cattivello da parte mia; foto varie stampate in bianco e nero ritraenti le due festeggiate in pose ridicole o mediamente compromettenti; due simpatici porta-assorbenti contenenti una mia stucchevole fototessera
dall’espressione scema e saccente insieme e un paio di suggerimenti cretini; un segnalibro con incollata una mia fototessera e un fumetto riportante la mia fantomatica quanto invera onniscienza; un bastoncino in legno per capelli tramutato – secondo istruzioni della targhetta da me redatta – in strumento infernale picchia-bambini, fatto apposta per una delle destinatarie che è, per l’appunto, maestra d’asilo (No, non picchio i bambini e non incito nessuno a farlo, si scherza). Il tutto è stato decorato alla fine da una pioggia di caramelle, dolciumi, nutellini e zuccherini e sigillato da alcune etichette bianche adesive.
Inutile dire che mi sono divertita un mondo, a confezionare questo regalo. Come si dice sempre, si cerca di regalare agli altri quello che vorremmo fosse regalato a noi. Anche se spesso e volentieri quello che voglio le regalo a me e non agli altri, in questo caso non c’è niente di più vero: mi è difficile descrivere l’emozione che provo nel pensare ad una scatola tutta per me da aprire. Alzare il coperchio con la morbosa curiosità di scoprire il tesoro abbandonato dentro le pareti di cartone. È un po’ quello che ho provato quando le mie amiche hanno scartato il pacco. E, nonostante sapessi già perfettamente cosa vi si trovava all’interno, non nascondo che mi sono eccitata come una bambina alla vista di tutti quegli oggettini colorati che avevo confezionato con le mie mani.
Per il resto, buone vacanze e buone festività a tutti. Vi lascio con il mio solito augurio di ogni anno: che vi vada di traverso il panettone
Poco ‘raccomandabili’
Pubblicato da lalaureanda in Personale didattico, Servizi Sociali il dicembre 9, 2011
Dato che questa mattina mi sono svegliata con una carogna grossa così sorvolante la mia testa, un occhio gonfio come un melone e assai dolorante e l’ennesima raccomandata tornata indietro, racconterò su queste immacolate pagine le mie ultime disavventure in fatto di abbonamenti e pagamenti mai approdati sul conto corrente, talmente desolato e desolante che al confronto il Deserto dei Tartari è un posto divertentissimo e sovrappopolato. Special thanks to Poste Italiane per la collaborazione.
A parte che io, povera illusa, mi son abbonata a Internazionale usufruendo dello sconto studenti (essere fuori corso alle volte serve) e poi 9 volte su 10 mi ritrovo con il naso incastrato dentro la buca delle lettere alla ricerca dell’ennesimo numero non pervenuto al mio domicilio. Aspetto pazientemente 2 giorni. Niente. Arriva mercoledì, ed io telefono con calma e sangue freddo al call centre di Internazionale (che è della Mondadori, mannaggia a loro e pure a me, anni e anni trascorsi ad evitare le loro librerie e poi -zac- fregata in un batter d’occhio). Mi dicono che manderanno un ispettore a controllare. Sì, certo, come no, faccio prima ad appostarmi in pigiama accanto alla cassetta delle lettere ad aspettare che la copia arrivi sana e salva tra le mie manine. Fatto sta che poi esco, vedo i plichi all’entrata delle edicole e ne tiro giù tante da far cascare tutte le luci di Natale in un colpo.
(Non sarebbe nemmeno una brutta cosa, io faccio una fatica boia a pagare le bollette dell’Enel e poi questi mi sbattono in faccia porcospini fluorescenti natalizi aggrappati ad minchiam in ogni dove parlandomi nel frattempo di crisi economica. Ma vaffa. Fine angolino della Signora Pina).
Poi. Da sei mesi a questa parte sono intrappolata in una lotta unilaterale con una compagnia aerea straniera, con la quale ho volato 6 mesi fa e mi è ancora debitrice di un cospicuo rimborso dovuto alla cancellazione improvvisa di quel volo (stavo andando all’estero per lavorare, mica per ghettizzarmi dentro ad un villaggio Valtur con un cappello di paglia in testa).
Dico unilaterale perché credo che, a distanza di decine di email, telefonate in inglese, fax, raccomandate tornate indietro, se conoscete qualche altro mezzo di comunicazione ditemelo, la suddetta compagnia ancora non sappia di avere effettivamente un’acerrima nemica in territorio ligure. Non è bello avere una genovese per nemica. Una quasi genovese, ma insomma, sempre ligure sono.
Sono andata allo Sportello del Consumatore, poi alla Camera di Commercio per la visura camerale, ho speso 50 euro in raccomandate (tornate indietro quasi tutte causa indirizzi errati o inesistenti, parlo degli uffici italiani naturalmente), e chissà quanti per le telefonate, i fax, lo scazzo e la perdita di tempo. L’ultima mi è stata consegnata oggi, accompagnata da una scritta illeggibile che nemmeno la postina è riuscita a decifrarmi. Siamo rimaste lì, sulle scale del mio palazzo, con due espressioni ebeti stampate in faccia a cercare di decodificare gli oscuri geroglifici. La questione si è conclusa con un nulla di fatto e io son qua a contemplare la raccomandata, contenente peraltro una lettera scritta dal mio coinquilino avvocato (o quasi), e con la solleticante idea di sporgere una bella denuncia, la prima della mia vita. Che emozione.
Poi ci sarebbe anche un’altra storia muy interessante su gente che non paga i lavori svolti da altri (cioè io), ma per oggi direi che è abbastanza.
Sto preparando un secondo tutorial semi-scemo; i risultati mi stanno dando grandi soddisfazioni e credo potrà tornare utile per tutti coloro alla ricerca di idee per il Natale (sono regali di compleanno, a dire il vero, regali di Natale non ne faccio da un pezzo e ne sono assai felice).
Ora che ho finito, posso andare a mugugnare altrove.
Ricetta: Pesto alla genovese for dummies, but not for gente col braccino mollo
Pubblicato da lalaureanda in Scienze del Pesto e della Focaccia, Scienze Domestiche il dicembre 7, 2011
Non è da me postare ricette sul blog, il world wide web è pieno zeppo di ragazze e ragazzi aspiranti cuochi ma-anche-no assai più bravi della sottoscritta e assai di più avvezzi al fornello always roboante. Io in cucina me la cavo, quando posso e quando voglio. Non sono certamente un fenomeno, ho ancora tantissimo da imparare. Per fortuna c’è il compare che si sbatte ai fornelli e sforna parmigiane, pesci in tutte le salse e spezzatini da leccarsi i baffi. In questa casa il grambiule è uomo, o viceversa (e ha pure tanti capelli, capitela un po’ come volete. Ok, non verrete mai a cena da me, recepito).
Passiamo ai fatti: macchina fotografica + serata genovese con mazzetti di pesto a go go= quanto bel verde, quanto mi piace il verde-basilico, mo’ ci faccio un pezzaccio e lo pubblico sul mio scalcinatissimo pseudo-blog. Avendo 3 viaggiatori malesiani ospiti qui a casa (tramite Couchsurfing.org, bellissimo progetto di cui parlerò più avanti) che avevano già cucinato per noi la sera prima, era il nostro turno culinario. E poi, cari miei, qui, in questa casa, il pesto lo sappiamo fare davvero bene. Buttate via quel mixer, cosa vedono i miei occhi, procuratevi un bel mortaio di marmo possente e un pestello di legno. Come questo:
Poi ci vuole la materia prima, Sua Maestà il Basilico (possibilmente di Pra’, anche se il riconoscimento DOP – se vi interessa saperlo – è valido per tutte le foglioline verdi coltivate in terra ligure). Pulire quindi pazientemente tutti i mazzetti e raccogliere le preziose foglie in una ciotola. Nella foto che segue, potete vedere che abbiamo sfoltito piantine per un bastimento, ma ciò è dovuto semplicemente al fatto che stavamo preparando cena per una decina di persone:
Lavare accuratamente e riporre le foglie dentro ad un canovaccio per asciugarle, con delicatezza!
Ora che la materia prima riposa tranquilla tra le pieghe del canovaccio, andiamo ad esaminare le altre pietanze necessarie al completamento dell’opera: pinoli, pecorino e parmigiano ben stagionati…
…e poi abbondante aglio (noi abbiamo utilizzato 5 spicchi per circa 8 piantine di basilico, ci piacciono i sapori decisi!), una manciata di sale grosso e, naturalmente, abbondante olio extra vergine di oliva.
Mentre il basilico se ne sta beato dentro al canovaccio ad asciugarsi, col mortaio iniziare a pestare gli spicchi d’aglio puliti insieme al sale grosso. Dopodiché aggiungere, mano a mano e senza strafare con le quantità, manciate di foglie di basilico…
Gli ingredienti non vanno pestati come se stesse ammazzando una zanzara o appiattendo una scaloppina col batticarne, no. Il pestello va ruotato quasi dolcemente, in modo da appiattire le foglie contro le pareti del mortaio; foglie che piano piano si sminuzzeranno in piccolissimi pezzi, rilasciando il liquido verde che tanto ci piace (non svenite, sono oli essenziali e fanno tanto bene alla salute —> motivo per il quale mixer andrebbe ad ammazzare quasi totalmente i principi nutritivi della pietanza.) È un lavoraccio di polso e di gomito che va eseguito il più celermente possibile per garantire una buona riuscita del vostro pesto.
Quando si sarà formata una bella e soddisfacente poltiglia verde sotto ai vostri occhi, è ora di aggiungere i pinoli e, successivamente, i formaggi e l’olio evo.
Al termine della lavorazione, avete qualche minuto di tempo per gustarvi il frutto della vostra fatica…
…perché è giunto il momento di preparare la pasta! Ci servono fagiolini verdi, patate e una bella scatola di pasta fresca, meglio se trofie (vedi foto sotto). Pulire e tagliare a metà i fagiolini, fare a cubetti le patate, mettere tutto dentro una pentola (se non scegliete la cottura a vapore) e portare ad ebollizione fino a quando non saranno pronti.
Poi, vabbè, il resto lo sapete fare da soli. Quando le verdure saranno quasi pronte, buttate dentro la pasta fresca per pochi minuti, togliete dall’acqua, buttate tutto dentro un contenitore, mischiate e aggiungete il pesto (a meno che non ve lo siate già magnato tutto con i crackers mentre l’acqua bolliva, cioè quello che stavo per fare io fino a quando il fiancé non mi ha redarguita indicandomi minaccioso il mortaio con il pestello in mano, auch).
Ahimè, non possiedo foto dell’opera completa: la fame era esagerata e il vino in circolo già troppo. Alla fine, con dieci persone in casa, vuoi davvero comprare 2 bottiglie di vino per cena? Ma per piacere. Noi ci siamo attrezzati con questo:
Comunque, sì, ancora una volta era tutto buonissimo, se vi interessa saperlo.
Piccolo consiglio pseudo-geek: Recipefy è un simpatico social network dotato di una grafica assai allettante studiato appositamente per tutti/e gli /le food addicted (oddio, detto così sembra davvero una brutta cosa) che vogliano condividere le proprie ricette con gli altri utenti iscritti al sito. Ovviamente si possono cercare ricette pubblicate da altri e condividerle con i propri amici. Have fun!
Amabili Rituali
Pubblicato da lalaureanda in Antropologia di una Nescia il novembre 20, 2011
Sono tre le cose a me Sacre alle quali è sempre ed immancabilmente subordinata la buona riuscita di una mia giornata tipo.
Per Sacro s’intende – su queste pagine – un oggetto o un comportamento attivo la cui rinuncia o assenza è in grado di suscitare in me disorientamento, scazzo cronico programmabile fino alla mezzanotte del giorno in cui si è manifestato il fattaccio, picchi acuti e conclamati di misantropia applicata e odio generico verso il mondo, la società e le ragazze che vanno in giro con il braccio incancrenito sulla lettera L per sorreggere (ahem) una borsa.
La prima cosa Sacra della giornata, per me, è la combo Laptop+Caffè+Sigaretta. In cucina. Seduta. In. Cucina. Mi mangio la frutta, mi bevo l’acqua, il latte, i cereali, la brioche, e quel che capita, e poi arriva il momento magico. Caffè, sigaretta, computer. Qualsiasi cosa possa essermi accaduta di notte – una rapina a mano armata in casa, sognare di venir seppellita viva, dormire due ore e male, rincorrere zanzare in giro per la stanza con la ciabatta – tutto quel che vi pare. Ecco, basta quel trio lì e io sono in pace con il mondo e pronta anche per lanciarmi con il paracadute sopra ad un campo minato, non importa cosa sia successo nelle precedenti 24 ore. Cascasse il mondo, sarei capace anche di arrivare in ritardo al lavoro, ma non levatemi il rito mattutino che sennò son cazzi, io l’ho detto.
Precisazione. Se proprio sono in ritardo, mi accontento della colazione al bar. Che va bene lo stesso, ma non è per niente la stessa cosa. Il malumore persisterà ugualmente nei miei gesti e nelle mie parole, seppur con minor tenacia.
Seconda cosa Sacra. Il bicchiere di vino all’ora di cena. Che poi si tratti di una bottiglia o di una damigiana, ehm ehm, quello è un altro discorso. Ma se mi trovo in casa alle 20 e non ho una bottiglia di nettare rosso da stappare, anche lì, son guai per quelli che mi si parano di fronte. Inizierò in maniera subdolissima a convincere tutti, anche gli astemi (categoria assente tra i miei amici, devo ammetterlo), che una cena senza vino è paragonabile ad una carbonara senza pancetta. Sarei in grado di fare qualsiasi cosa, pur di accaparrarmi il prezioso bene in tempo per il lauto pasto.
(A pensarci bene, non mi stupirei se un utente qualsiasi, inciampato per caso nel mio blog, in questo momento mi stia immaginando in vestaglia, cuffietta e trucco sbavato con una sigaretta in una mano e una bottiglia di vino nell’altra. Ho già esternato il mio ammore per il dio Bacco un po’ troppo spesso, fose dovrei iniziare a farmi due domandine).
Ce n’è poi un terzo, di rituale a me Sacro che necessita di compiersi obbligatoriamente ogni venerdì mattina pena il dilagare della mia ira funesta per mare e per monti. Internazionale. Sì, la rivista. La compro da due anni circa, e da un paio di mesi sono felicemente abbonata. Ecco, se il venerdì mattina non la trovo dentro la cassetta della posta, altro che maledizioni e improperi rivolti alle Poste Italiane. Succede che qualsiasi oggetto o essere vivente transitante nelle mie vicinanze si candidi automaticamente a divenire bersaglio delle mie rabbie inconsulte ed incontrollate.
Ovviamente, i rituali a me Sacri sono parecchio cambiati nel corso degli anni. Basti pensare che, ai tempi del liceo, quando mi svegliavo tutte le mattine alle 7, se non prima, dovevo ascoltarmi a tutto volume almeno 10 minuti di musica random, che sennò mi recavo a scuola ruggendo come una belva. Con buona pace dei miei Santificati genitori, che prima di questa mia fastidiosa ossessione erano soliti svegliarsi alle 8.
Ora, rivolgendomi a voi, sporadici lettori e/o commentatori di codesto sfortunato Blog: mi piacerebbe tanto sapere quali sono le abitudini o gli oggetti a voi Sacri. Qualcosa di insolito? Divertente? Moralmente fuorviante? Disturbante?
Su su, coraggio…(Facebook non vale!)
Altrove
Pubblicato da lalaureanda in Antropologia di una Nescia il novembre 17, 2011
Quando le cose vanno male mi rifugio in casa, a leggere libri o giornali sul pc, che tanto non è mai tempo perso.
Quando le cose vanno male… Ho imparato col tempo a respirare e a non lamentarmi, come faccio sempre, perché so che in qualche modo tutto si sistemerà. Affrontando le giornate con più lucidità, meno parole, e con le mie solite, discutibili, tempistiche.
Quando le cose vanno male non ho soldi per fare alcunché, gli amici spariscono, quasi tutti, e meno male che ci sono io, anche se non sono un granché, e mi consolo progettando fughe straordinarie e consolidando ambizioni abbandonate.
Quando le cose vanno male penso che è solo una questione di tempo. Come gli amori frantumati all’improvviso, come le delusioni, tutte, e inizio a pregustare il momento in cui tutto sembrerà volgere a meraviglia.
Quando le cose vanno male mi sento sola e triste, molto triste, così triste che vorrei piangere e sfogarmi pubblicamente per poi fermarmi un attimo e dire ehi, ma ha senso tutto ciò? E allora molto meglio ascoltare una canzone e cantarla a squarciagola, dentro alla mia testa.
Quando le cose vanno male vorrei essere al centro di tutto e mi ritrovo acida e scontrosa come da tempo non lo ero stata in maniera così gratuita, in maniera così evidente.
Quando le cose vanno male, alla fine, alzo le spalle e incanalo le lacrime altrove: in una corsa, in un testo scritto velocemente (questo, e me ne scuso), in silenzi inafferrabili, in occhiate non concesse.
Quando le cose vanno male penso sempre che, nonostante tutto, sono sempre una ragazza fortunata. Almeno io, al contrario di altri, un’alternativa ce l’ho.
Storie di convivenze e di amare verità – In allegato: sproloqui dell’autrice su Weber ed ovvietà nascoste che però quando le leggerete forse vi si illumineranno gli occhi
Pubblicato da lalaureanda in Scienze Domestiche il novembre 15, 2011
Ho abbandonato la casa dei miei genitori il 1° Ottobre 2005, pochi giorni prima di mettere piede all’Università.
Sono andata a vivere ‘da sola’ (con altri studenti, in realtà) perché mi sembrava giusto farlo, perché ne sentivo la necessità e perché me lo potevo permettere. (Allora, adesso… ehm).
E così feci. Da lì ebbe inizio una lunga avventura, tutt’ora in corso, che in sei anni mi ha portata in 8 appartamenti diversi (4 a Genova, 2 a Roma, 2 in Polonia) più una a Dublino, durante un lungo viaggio intrapreso nel Giugno 2004 con l’obiettivo di studiare l’inglese e cercare un lavoro temporaneo, conclusosi poi due mesi più tardi nel fallimento più totale.
3 città, 8 appartamenti per un totale di ben 29 coinquilini: 4 amiche del liceo, 12 italiani/e, 1 polacca, 1 ungherese, 1 svizzera, 6 spagnoli, 2 francesi, 1 portoghese e… 1 fidanzato. Cose che capitano.
Ho avuto modo di confrontarmi con persone e caratteri talvolta assai diversi da me, di scontrarmici e dialogare, fare amicizia, rispettare dei paletti imposti dal sacrosanto bisogno di privacy, o di silenzio.
Con alcuni ci siamo scannati, pur senza gravi conseguenze; con altri siamo diventati amici, anche solamente ascoltando, senza violarli, i rispettivi interminabili silenzi; con altri ancora non ho avuto nemmeno il tempo di due chiacchere, almeno nei miei ricordi.
Questi anni di convivenza e di condivisione mi hanno cambiata, né in meglio né in peggio: semplicemente, si è trasformato il mio modo di interagire con gli altri, si è acuita la mia voglia di dialogare e di stare in compagnia, a me, che sono sempre stata un po’ orsa e un po’ rinchiusa nel mio cantuccio a leggere, a scrivere e ad ascoltare musica, ché non mi dovete rompere il belino, ops.
Poi un bel giorno, durante le vacanze di Natale, mi sono ritrovata da sola in casa. Lavoravo in quel periodo, nefasto periodo natalizio di lucine e monotematicità. La televisione accesa in sala ad minchiam, mentre me ne stavo in cucina a leggere, così, almeno sembra che ci abiti qualcuno qui dentro, bofonchiavo tra me e me. I divani del salotto erano vuoti e sterili, nemmeno una giacca appoggiata allo schienale a segnalare la presenza di un corpo appena giunto, oppure di passaggio, in tutta fretta. La cucina pulita, i piatti dentro l’armadietto, i posaceneri vuoti, l’aria pulita.
Ordine e Pulizia. E. Una noia mortale, accompagnata a braccetto da un senso di vuoto e di tristezza che acceleravano il passo con l’avanzare dei minuti, sopra la mia testa inerte che cercava di concentrarsi su quanto stava leggendo ma che in realtà era asserragliata in una battaglia di frasi smozzicate mai proferite ad alta voce, tutte incentrate a darmi forza e motivazioni per infilarmi dentro il letto ed aspettare ad occhi chiusi un’altra alba.
No, non ero nel braccio della morte, e nemmeno avevo preso appuntamento dal dentista per il giorno seguente.
Pensavo, semplicemente, a quante stupide rabbie siamo in grado di partorire e di riversare sugli altri ogni giorno a causa di piatti non lavati, panni stesi male, oggetti abbandonati in giro per la casa, piastrelle opache, tende macchiate.
Pensavo a quanto è immensamente migliore un appartamento gonfio di voci e di vita, di discussioni, di bottiglie di vino stappate e di torte in forno, di tavole apparecchiate per cinque, per sei, per dieci. Alla faccia dei litigi per due stupidi piatti sporchi abbandonati sul lavello, e di tutto il resto.
Dedicare più tempo alle persone con le quali si vive vicino, fianco a fianco; leggere quel libro impolverato sul comodino che attendeva da mesi di essere aperto; scoprire un luogo nuovo nella città in cui si vive; improvvisare una cena per dieci persone alle otto di sera, di ritorno dal lavoro. Sì, anche se si è stanchi morti.
Non è sempre necessario mangiare alle 13, o alle 20. Non è sempre necessario lavare le tende, soprattutto quando non si hanno ospiti da un po’. Non è sempre necessario fare le cose che ci sembra giusto fare, perché ormai parte di un meccanismo a carattere dittatoriale che si è impostato come un terzo occhio dentro alle nostre teste, assorbendo le energie quotidiane per seguire un modello che non sta scritto da nessuna parte, e non è da definirsi nemmeno ‘culturale’, perché non imposto o suggerito da norme di tipo morale permeanti nella nostra società.
Weber probabilmente le definirebbe azioni tradizionali (da definirsi al limite delle vere e proprie azioni sociali, che sono invece dettate dalla razionalità propria dell’essere umano), ma questa è un’altra faccenda.
Dimentichiamoci de i gesti e degli oggetti che col tempo abbiamo iniziato a pensare come indispensabili. Riappropriamoci di quello che nella vita c’è di irripetibile e di sensato: stare con gli amici, trascorrere del tempo insieme al partner, o ai figli, o ai genitori. E poi viaggiare, leggere un buon libro, mangiare del cibo cucinato con cura, andare a vedere un bel film o una mostra di quadri, iscriversi ad un corso di tango. E tutto il resto. Non sono certamente io, drogata di world wide web, che devo dire agli altri come vivere bene la propria esistenza.
È solo che ogni tanto ripenso a quelle grigie giornate di Dicembre e, nonostante pensi che passare un po’ di tempo da soli non possa far altro che portare giovamento a noi stessi e al mondo intero, credo anche che una vita spesa a spolverare e a stirare in completa solitudine, senza quel po’ po’ di casino proveniente dalla più remota delle stanze in casa, non sia vita intesa propriamente come vita umana: dedita all’interazione e alla socializzazione con gli esseri che popolano questo pianeta del sistema solare, al pari di noi stessi. Adesso non è che dovete scendere in strada a parlare col primo che capita o a molestare vecchiette solitarie per convincerle a a diventare vostre amiche così non saranno mai più sole, ma credo che ci siamo capiti.
In tutto ciò, faccio una pernacchia a tutti quelli che mi guardano strano quando mi sentono dire che, alla mia ‘veneranda’ età, sono ancora qui a dividere la casa con altri 4 studenti. (*verso della pernacchia*). A parte che non c’è proprio nulla di strano, a parte che la crisi economica do you know?, a parte che l’hai letto quello che ho scritto finora?: sì, ho intenzione di farlo ancora per un po’. Perché mi piace veramente un casino. (*secondo verso della pernacchia*).






































